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FNA e legittimità dell’assunzione dell’I.S.E.E. ordinario

Di seguito il parere pubblicato in data 25 febbraio 2017 sul sito www.lombardiasociale.it

I servizi finanziati con l’FNA devono essere considerati assoggettati a I.S.E.E. sociosanitario?

Siamo proprio sicuri che sia così? Io non ne sono completamente convinto. Valutiamo partitamente la normativa rilevante in materia: il Fondo nazionale per la Non Autosufficienza, istituito con l. 27 dicembre 2006, n. 296 (art. 1, co. 1264), si prefigge lo scopo di fornire sostegno a persone con gravissima disabilità e (anziani) non autosufficienti, al fine di incentivare la loro permanenza presso il proprio domicilio, evitando così una temuta “corsa all’istituzionalizzazione”, nonché per garantire, su tutto il territorio nazionale, l’attuazione dei livelli essenziali delle prestazioni assistenziali.

L’art. 1 co. 1 lett. f) del d.P.C.M. n. 159/2013, definisce le Prestazioni agevolate di natura sociosanitaria, cui accede l’I.S.E.E. come individuato ai sensi del successivo art. 6 del medesimo decreto (appunto l’I.S.E.E. sociosanitario), come quelle “prestazioni sociali agevolate[1]assicurate nell’ambito di percorsi assistenziali integrati di natura sociosanitaria rivolte a persone con disabilità e limitazioni dell’autonomia, ovvero interventi in favore di tali soggetti: 1) di sostegno e di aiuto domestico familiare finalizzati a favorire l’autonomia e la permanenza nel proprio domicilio; 2) di ospitalità alberghiera presso strutture residenziali e semiresidenziali, incluse le prestazioni strumentali ed accessorie alla loro fruizione, rivolte a persone non assistibili a domicilio”.

Ci limitassimo alla disamina di questi due punti, la conclusione sarebbe ovvia: vista la finalità del FNA e vista la definizione di prestazioni agevolate di natura sociosanitaria, allorquando fosse utilizzato l’I.S.E.E. per la selezione dei beneficiari dovrebbe necessariamente utilizzarsi quello sociosanitario.

Ma vorrei introdurre alcuni spunti di riflessione ulteriore. Il decreto interministeriale[2] di riparto delle risorse del FNA, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 30 novembre 2016, non dispone in nessuna parte “come” le Regioni debbano selezionare i beneficiari delle medesime, limitandosi a macro-indicazioni quantitative. Anzi, all’art. 2 co. 1, testualmente, non solo fa salve le finalità “statutarie” del FNA, ma riconosce che la destinazione delle risorse debba avvenire “nel rispetto dei modelli organizzativi regionali e di confronto con le autonomie locali”. È pur vero che le aree prioritarie di intervento di cui alle successive lett. a), b) e c) del predetto art. 2 co. 1 sono sostanzialmente sovrapponibili con quanto indicato in via generale dal d.P.C.M. n. 159/2013, ma è possibile evidenziarsi quanto segue:

  • è esclusa la finanziabilità tramite il FNA delle “prestazioni erogate in ambito residenziale a ciclo continuativo di natura non temporanea” (mentre l’art. 1 co. 1 lett. f) del d.P.C.M. n. 159/2013 le include)
  • l’art. 2 co. 2 del decreto di riparto stabilisce comunque che le risorse colà previste “sono aggiuntive rispetto alle risorse già destinate alle prestazioni e ai servizi a favore delle persone non autosufficienti da parte delle Regioni, nonché da parte delle autonomie locali” (autonomie locali che il d.P.C.M. n. 159/2013 definisce “enti erogatori”)
  • nel decreto di riparto delle risorse, il d.P.C.M. n. 159/2013 è citato solamente all’art. 3 e solamente ai fini della definizione delle persone non autosufficienti, e non ai fini dell’individuazione dell’I.S.E.E. applicabile
  • l’art. 5 del decreto di riparto impone alle Regioni, e ai livelli sottoordinati, vari obblighi di comunicazione nel rispetto dei principi di trasparenza e leale collaborazione, ma nulla prescrive, ancora una volta, riguardo alle modalità con le quali le Regioni ritengono di dover allocare/distribuire le predette risorse
  • l’art. 7 tratta dell’individuazione dei destinatari, ma mi pare abbastanza evidente che ciò opera sul piano soggettivo, più che oggettivo, e comunque pone detto obiettivo per il triennio 2017-2019. Al contempo, stabilisce, con una formula fin troppo abusata, e spesso usata a sproposito dai Comuni, che gli interventi saranno sviluppati (incrementati) nei “limiti delle risorse disponibili”, fermo restando l’obiettivo di lungo periodo del “raggiungimento di livelli essenziali delle prestazioni assistenziali da garantire su tutto il territorio nazionale”.

 

Alla luce di tutto ciò, affermare che la Regione avrebbe dovuto utilizzare l’I.S.E.E. sociosanitario in sede di selezione dei beneficiari delle risorse del FNA mi pare un po’ semplicistico e riduttivo. Se così fosse, perché escludere il finanziamento per quel tramite delle “prestazioni erogate in ambito residenziale a ciclo continuativo di natura non temporanea”, che costituiscono una delle prime voci di spesa dei Comuni (e della Regione)? Se così fosse, perché definire le risorse del FNA come “aggiuntive rispetto alle risorse già destinate alle prestazioni e ai servizi a favore delle persone non autosufficienti da parte delle Regioni, nonché da parte delle autonomie locali”? Orbene, non ho prospettato degli argomenti ex se decisivi ed esaustivi, ma nemmeno credo si possa obliterare così agevolmente il tenore letterale della norma statale, da considerare nella sua interezza.

È pur vero che il d.P.C.M. n. 159/2013 si autoqualifica, legittimamente, un “livello essenziale delle prestazioni in materia di assistenza sociale”, ma è altrettanto innegabile che il decreto di riparto del FNA appare una norma contenente principi e criteri direttivi da attuarsi, a livello regionale, allo scopo di perseguire diverse finalità (parziali, ma evidenti). Il contenuto della norma statale difetta proprio nell’individuazione specifica dei puntuali criteri di selezione dei beneficiari, limitandosi a rinviare alle Regioni detto incombente, in ordine al perseguimento delle finalità colà indicate (che, si ribadisce, non coincidono con quelle del d.P.C.M. n. 159/2013).

Ancora: secondo costante insegnamento della Corte Costituzionale, le prestazioni economiche destinate a rimuovere e superare le situazioni di bisogno e di difficoltà che la persona umana incontra nel corso della sua vita, rientrano nel più generale ambito dei servizi sociali attribuito alla competenza legislativa residuale delle Regioni. Ecco allora che, divergendo il d.P.C.M. n. 159/2013 (livello essenziale), dal decreto di riparto del FNA, è ragionevole dubitare che la Regione possa dotarsi di criteri di selezione dei beneficiari che divergono da quelli previsti dal decreto I.S.E.E.

Per tutto quanto suesposto, non sono così certo che valga l’equivalenza Fondo FNA (o misura B1 o B2 che sia) = I.S.E.E. ex art. 6 del d.P.C.M. n. 159/2013.

 

 

Come giudica l’affermazione di Regione Lombardia che dice, in pratica, che l’accesso alla misura è universale e che si utilizza l’I.S.E.E. familiare “solo” per determinare la graduatoria?

 

Mi pare necessario interpretare al meglio i termini. Credo che la Regione intenda dire che l’accesso è consentito a tutti (concetto di universalità) coloro che possiedono i requisiti soggettivi per l’ottenimento di queste “prestazioni” (persone con gravissime disabilità e persone in condizioni di non autosufficienza e grave disabilità), ma, stante la limitatezza delle risorse, e dovendosi quindi ricorrere a un meccanismo selettivo, si è ritenuto applicabile l’indicatore I.S.E.E., in questo caso, è noto, “ordinario”.

Orbene: possiamo ritenere questa scelta come abnorme? Connotata da un evidente eccesso di potere? Financo violativa di legge? Non ne sono così sicuro. Se, e sottolineo il “se”, è vero che tra d.P.C.M. n. 159/2013 e decreto di riparto FNA (rectius: individuazione degli interventi finanziabili) non vi è perfetta sovrapponibilità, non mi pare che la scelta della Regione possa essere tacciata di illegittimità né tantomeno possa ritenersi illogica e immotivata. Un conto è l’integrazione “pura” di una retta per la frequenza di un centro diurno disabili o l’ospitalità stabile in una RSD, un altro è l’apporto economico derivante dalle misure B1 o B2, finanziate con la quota di FNA, che però esclude, ad esempio, proprio quest’ultima prestazione. Un esempio può essere d’aiuto: se un Comune dovesse utilizzare l’I.S.E.E. sociosanitario per creare una ipotetica “graduatoria di accesso” al C.D.D., e poi utilizzare l’I.S.E.E. ordinario per quantificare la compartecipazione della parte privata, ci troveremmo certamente di fronte a un’illegittimità, perché il d.P.C.M. n. 159/2013 è chiaro nell’individuare, ai fini dell’accesso e della compartecipazione, qual è l’I.S.E.E. applicabile. Ma in questo caso non mi pare si versi in un contesto simile: torno a ripetere, se così fosse, perché escludere quelle (fondamentali) prestazioni?

 

 

Vede anche lei il rischio paventato dall’articolo di Merlo che, se qualche persona ritenesse di essere penalizzata dall’I.S.E.E. familiare e presentasse ricorso, potrebbe bloccare l’intero iter di erogazione della misura?

 

Anzitutto non sono così certo che la presentazione di un ricorso sul tema sia connotabile di buone probabilità di successo. Bisogna anzitutto distinguere tra atto amministrativo e atto normativo: disposizioni regolamentari che contengano la predefinizione astratta della disciplina di un numero di casi indefinito e non determinato nel tempo (prescrizioni generali e astratte), sono destinate a trovare applicazione indefinite volte, e i destinatari non sono individuabili né a priori né a posteriori. Tali disposizioni non disciplinano, infatti, una situazione concreta o una o più persone determinate, ma sono destinate a trovare applicazione nell’ambito di tutte le prestazioni che saranno erogate a livello regionale durante la loro vigenza. Proprio la generalità e l’astrattezza che caratterizza le prescrizioni c.d. normative impedisce di ravvisare l’attualità della lesione. La lesione è, allo stato, meramente potenziale, essendo destinata a concretizzarsi e attualizzarsi nel futuro, nel momento in cui, individuati a livello regionale i criteri di selezione, la Regione li applicherà. Soltanto allora potrà eventualmente prodursi l’effetto lesivo e, in quel momento, in sede di ricorso proposto avverso il provvedimento applicativo, le disposizioni regolamentari in questione, se in violazione di norme di livello superiore, potranno essere disapplicate dal giudice amministrativo, a prescindere dalla loro formale impugnazione ad opera delle parti. Per farla breve, se astrattamente quanto prefigurato nell’articolo di Merlo è condivisibile, credo che non sia né così rapido, né ovvio, l’ottenimento di una pronuncia complessivamente paralizzante.

 


[1] Prestazioni sociali (tutte le attività relative alla predisposizione ed erogazione di servizi, gratuiti ed a pagamento, o di prestazioni economiche destinate a rimuovere e superare le situazioni di bisogno e di difficoltà che la persona umana incontra nel corso della sua vita, escluse soltanto quelle assicurate dal sistema previdenziale e da quello sanitario, nonché quelle assicurate in sede di amministrazione della giustizia) non destinate alla generalità dei soggetti, ma limitate a coloro in possesso di particolari requisiti di natura economica, ovvero prestazioni sociali non limitate dal possesso di tali requisiti, ma comunque collegate nella misura o nel costo a determinate situazioni economiche, fermo restando il diritto ad usufruire delle prestazioni e dei servizi assicurati a tutti dalla Costituzione e dalle altre disposizioni vigenti.

[2] Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali di concerto con il Ministro della Salute, il Ministro dell’Economia e delle Finanze e il Ministro per gli affari regionali e le autonomie, con delega in materia di politiche per la famiglia.

 

Avv. Massimiliano Gioncada

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Interventi domiciliari, diurni e residenziali a favore di minorenni: obblighi, responsabilità e questioni ricorrenti sulla ripartizione delle spese tra Pubbliche amministrazioni e Privati

L’evento si terrà a Brescia il 04/10/2016

Tra le funzioni fondamentali della pubblica amministrazione rientra la predisposizione/erogazione di interventi a favore di minorenni e/o dei loro nuclei familiari.

La giornata di studio si propone, premessa l’individuazione delle fonti normative del predetto obbligo, di disaminare in che termini si possa parlare di (in)derogabilità di dette spese in relazione ai vincoli di bilancio, e alcune ricorrenti questioni inerenti la ripartizione degli oneri tra Comuni della Lombardia, tra Comuni appartenenti a Regioni diverse, tra Comuni e A.T.S. e tra Comuni e USSM.

Relatori
Dott.ssa Emma Avezzù, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Brescia
Avv. Massimiliano Gioncada
Avv. Francesco Trebeschi

2016_Agosto_Locandina giornata di studio oneri assistenziali minorenni

 

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L’esecuzione dei decreti del Tribunale per i Minorenni tra obbligatorietà e vincoli di bilancio. Contenuti, obblighi, responsabilità e ripartizione degli oneri economici

2016_Marzo_Convegno sulla tutela minori e sul pagamento delle rette per le comunità

Mercoledì 18 maggio 2016 ore 8.30 Cineteatro “G. Gavazzeni”- Piazza C. Cattaneo, 1 – Seriate

PRESENTAZIONE

L’intervento a tutela dei minorenni in esecuzione di un provvedimento dell’autorità giudiziaria rientra nelle funzioni fondamentali della pubblica amministrazione, con implicazione di soggetti diversi in relazione ai contenuti del medesimo. Il seminario si propone, attraverso l’individuazione delle fonti normative dell’obbligo di esecuzione del decreto, di comprendere in che termini si possa parlare di (in)derogabilità delle spese “obbligate” in relazione ai vincoli di bilancio. Verrà effettuata la disamina delle responsabilità (penali, civili, amministrative) che possono insorgere in capo agli amministratori, ed ai tecnici, in caso di omessa, inesatta ovvero ritardata esecuzione delle prescrizioni contenute nel disposto dell’autorità giudiziale. Saranno oggetto di discussione anche i criteri che il Giudice utilizza nell’individuazione delle misure previste, e da attuare, nel proprio provvedimento, perché dalla comprensione dei meccanismi utilizzati dal giudicante l’amministrazione (e l’operatore) chiamati ad eseguirlo ne comprendano ancor meglio la ratio e le finalità. Infine, ampio spazio sarà dedicato alle questioni inerenti la ripartizione degli oneri tra Comuni della Lombardia, tra Comuni appartenenti a Regioni diverse, tra Comuni e A.T.S. e tra Comuni e USSM.

DESTINATARI Amministratori locali, responsabili dei servizi sociali dei Comuni, Coordinatori dei servizi Tutela minori, assistenti sociali, avvocati.

Interventi “La prescrizione di interventi a tutela delle perso “La prescrizione di interventi a tutela delle persone minori d’età tra dettato e minori d’età tra dettato normativo e orientamenti giurisprudenziali” Avv. Simona Ardesi – avvocato del Foro di Brescia. Avv. Simona Ardesi Docente a contratto di diritto privato e della famiglia, Corso di Laurea Scienze del servizio sociale, Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia

“Obblighi di segnalazione e di esecuzione delle decisioni dell’Autorità cisioni dell’Autorità Giudiziaria e possibili responsabilità in caso di o Giudiziaria e possibili responsabilità in caso di omissione” missione” Dott. Ciro Cascone – Dott. Ciro Cascone -Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Milano. Docente a contratto di diritto di famiglia e minorile presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca.

“Fondamenti dell’obbligo di pagamento in capo alla pubblica amministrazione: questioni in ordine alla ripartizione degli oneri tra Comuni, tra Comuni e A.T.S., tra Comuni e USSM” Comuni, tra Comuni e A.T.S., tra Comuni e USSM” Avv. Massimiliano Gioncada – avvocato in Piacenza, Avv. Massimiliano Gioncada Milano, Brescia. Consulente legale degli Ordini regionali degli assistenti sociali della Lombardia, Liguria, Trentino Alto-Adige.

Dibattito e conclusioni Moderatore: Stefano Rinaldi – Dirigente Settore Servizi alla Persona del Comune di Seriate

MODALITÀ DI ISCRIZIONE L’iscrizione è obbligatoria e limitata ad un numero di 400 posti. Va effettuata entro e non oltre le ore 12:00 del giorno 30 aprile 2016 compilando l’apposito form on line sul sito www.ambitodiseriate.it Il seminario è gratuito.

SEDE Il seminario si svolgerà presso il cineteatro “G. Gavazzeni” ”- Piazza C. Cattaneo, 1 – Seriate.

CREDITI FORMATIVI Per il convegno è stato richiesto l’accreditamento ai fini della formazione continua con: Consiglio Ordine degli Avvocati di Bergamo per il riconoscimento dei crediti formativi per avvocati. • Consiglio Regionale Ordine Assistenti Sociali della Lombardia per il riconoscimento dei crediti formativi per assistenti sociali. Si ricorda che per il riconoscimento dei crediti è necessario frequentare almeno l’80% della giornata formativa.

 

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Responsabilità civile della Pubblica Amministrazione per l’esposizione ad amianto dei dipendenti, Sentenza Tribunale di Monza del 17.07.2014 (rapporto di lavoro subordinato in genere)

Lo Studio Legale si occupa anche della responsabilità civile, penale, amministrativa anche innanzi alla Corte dei Conti, dei datori di lavoro (amministratori pubblici e privati) in caso di esposizione ad amianto dei dipendenti.

Prendendo spunto da una interessante pronuncia del Tribunale di Monza analizziamo una tematica di grande attualità  ed oggetto di moltissime pronunce sia in sede penale sia davanti al Giudice del Lavoro.

Ciò detto, occorre una doverosa premessa prima di analizzare la pronuncia del Tribunale di Monza del 17.07.2014.

Con il termine amianto (dal greco “incorruttibile”) vengono definiti diversi minerali di natura fibrosa, particolarmente resistenti alle fonti di calore e con proprietà isolanti, di cui l’industria siderurgica ha fatto largo uso (sotto forma di coibente termico, come materiale edilizio e come mezzo di protezione personale), fino all’introduzione degli attuali divieti legislativi (Legge n. 257/1992).

I manufatti in amianto venivano impiegati in tutte le fasi del ciclo produttivo.

In ambito scientifico, la pericolosità per la salute delle polveri d’amianto che si disperdevano nell’ambiente di lavoro, a causa dell’usura dei materiali e delle elevate temperature, è conosciuta da tempo.

L’inalazione di fibre d’amianto sui luoghi di lavoro, durante lo svolgimento di mansioni che comportavano la manipolazione diretta di prodotti in amianto, era ed è tuttora causa di malattie professionali come asbestosi, tumori e mesoteliomi.

Per sgombrare il campo da equivoci, si deve precisare che il rischio morbigeno è altresì riconducibile alla contaminazione ambientale degli stabilimenti, riguardando tutti i lavoratori, a prescindere dal tipo di lavorazione effettuata, vista la contemporanea presenza, nello stesso ambiente, di operatori adibiti a postazioni contigue.

La situazione sopra descritta ha suggerito l’adozione di provvedimenti legislativi che hanno imposto, a partire dal 1992, la dismissione dalla produzione e dal commercio dell’amianto e dei prodotti che lo contengono.

Il D.Lgs. n. 277/1991 ha dapprima introdotto una serie di misure volte all’adozione di provvedimenti per la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori (individuando valori soglia di amianto ai fini di prevenzione, ovvero valori a partire dai quali si devono attivare adeguate misure di informazione e controllo), mentre la Legge n. 257/1992 ha disposto la decontaminazione e bonifica dei luoghi di lavoro caratterizzati dalla presenza di amianto, nonché la previsione di benefici previdenziali a favore dei lavoratori che, pur non avendo contratto malattie professionali, fossero in grado di dimostrare l’avvenuta esposizione al rischio di inalazione di polveri e fibre d’amianto.

La pericolosità dell’amianto ha portato a riconoscere la responsabilità dell’Ente nei confronti dei suoi dipendenti (in tal senso vedi Cass. Civ. Sez. lavoro, sent. del 01.01.2009, n. 45 e, ex plurimis, Cass. Civ., sez. lavoro,  sentenza 04 marzo 2005, n. 4723; Cass. Civile, sez. lavoro, sent. 8 febbraio 2005, n. 2444; Cass. Civ., sez. lavoro,  sentenza 22 marzo 2002, n. 4129; Cass. Civ., sez. lavoro,  sentenza 20 aprile 1998, n. 4012; Cass. Civ., sez. lavoro, sentenza 23 maggio 2003, n. 4078).

Orbene, premesso quanto innanzi esposto, la sentenza in commento ha ribadito il principio secondo cui,

la responsabilità dell’imprenditore ex art. 2087 c.c., pur non essendo di carattere oggettivo, deve ritenersi volta a sanzionare l’omessa predisposizione da parte del datore di lavoro di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto del concreto tipo di lavorazione e del connesso rischio”.

Nodo cruciale della tematica in esame, è la prova dell’esistenza o meno del nesso causale fra la patologia contratta e l’esposizione ad amianto nell’ambito della attività svolta anche presso un Comune.

La sentenza qui in commento origina da un ricorso depositato in data 30 dicembre 2010 dagli eredi di persona deceduta in data 30 gennaio 2009 per mesotelioma pleurico da esposizione ad amianto, i quali convenivano un’amministrazione comunale allo scopo di  ottenere (in qualità di eredi) il risarcimento del danno non patrimoniale subito dal congiunto che quantificavano nella somma omnicomprensiva di euro 1.004.853,75.

I ricorrenti esponevano che il de cuius aveva lavorato dal 1983 al 2003 presso il Comune convenuto in qualità di operaio esercitando diversi tipi di mansioni, e precisamente fabbro, falegname, custode, autista e addetto alle pulizie, divenendo il factotum del Comune stesso e venendo impiegato, all’occorrenza, per la manutenzione, le riparazioni e le pulizie degli immobili di proprietà comunale.

Ancora, esponevano i ricorrenti che il de cuius era venuto a contatto con l’amianto fra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, quando il Comune convenuto aveva effettuato consistenti interventi di ristrutturazione di edifici di proprietà e lo aveva destinato a svolgere, in molteplici occasioni, l’attività di pulizia dei cantieri aperti in seguito alla stipula di contratti di appalto, ivi compresi quelli aventi ad oggetto la bonifica dell’amianto, a far tempo, in particolare, dal 1990.

Il de cuius aveva svolto la propria attività anche in altri siti fra cui un edificio scolastico in cui la copertura del tetto e della palestra era presente amianto.

Il Comune, costituitosi in giudizio, evidenziava il fatto che il de cuius, prima di essere assunto dal medesimo, aveva lavorato anche presso un’Officina Meccanica e, dal 1969 al 1982, alle dipendenze di altro soggetto, ove si producevano componenti per autoveicoli. Emergeva, quindi, che il de cuius aveva prestato la sua attività in un ambito industriale in cui è noto che, all’epoca, vi fosse un massiccio utilizzo di materiali inquinanti, fra cui l’amianto.

Ancora, il Comune evidenziava che l’attività di smaltimento riferita in ricorso per i cantieri indicati, era stata appaltata, seppur in date diverse da quelle indicate dai ricorrenti, a ditte specializzate che avevano anche provveduto alla eliminazione materiale di risulta ed alla smaltimento di manufatti contenenti amianto in discariche autorizzate, sempre e solo a mezzo dei loro dipendenti.

Dall’esame della relazione presentata all’ASL territorialmente competente dalla società che aveva provveduto allo smaltimento dell’eternit, si faceva presente che le lastre di copertura dei tetti contenevano fibre di amianto inglobate nel cemento e non erano usurate al punto da far fuoriuscire le fibre di amianto.

Il Comune evidenziava quindi che nel suindicato edificio scolastico, in funzione sino al 31 agosto 1994, la rimozione della copertura di lastre di amianto era avvenuta nel 2008. Non esisteva presso il predetto plesso scolastico alcun magazzino/garage e risultava vero che de cuius avesse svolto attività di rimozione di rifiuti invece affidata a ditte specializzate in appalto e che al medesimo erano sempre stati forniti, come a tutti gli altri dipendenti comunali, i dispositivi antinfortunistici di protezione individuale.

Il Comune eccepiva la carenza di giurisdizione del giudice adito, per essere i fatti risalenti ad epoca anteriore al giugno 1998, e sottolineava la irrilevanza del, seppur errato, giudizio dell’INAIL nei suoi confronti, trattandosi di atto amministrativo e, per di più, emesso all’esito di un procedimento a cui era rimasto estraneo.

Inoltre, il Comune, rilevava che i ricorrenti, pur dando atto che il de cuius aveva percepito la rendita INAIL, non avevano limitato la domanda al danno c.d. differenziale, trascurando il fatto che il d.lgs. n. 38/00 (entrato in vigore prima della denuncia di malattia professionale) avesse previsto la liquidazione del danno biologico a carico dell’ente assicurativo.

In sintesi, il Comune, replicando a tutti gli assunti dei ricorrenti, negava la sussistenza del nesso causale fra patologia ed attività lavorativa prestata presso lo stesso e, parimenti, contestava la quantificazione dei danni operata.

Il Giudice adito, alla luce delle prove documentali e delle prove orali, prodotte da entrambe le parti,  visto il libretto di lavoro del de cuius prodotto in copia dal Comune resistente ed in considerazione del lungo periodo di latenza della patologia contratta dal de cuius (in media oltre 20 anni), disponeva la chiamata in giudizio della GI. Spa a carico dei ricorrenti i quali, invece, avevano citato altra società che, nel costituirsi in giudizio, aveva chiesto di essere estromessa evidenziando di non aver avuto alcun rapporto di lavoro con la GI. Spa e di non aver mai avuto alle sue dipendenze il de cuius.

Una volta estromessa la terza chiamata ed espletato inutilmente il tentativo di conciliazione, la causa, istruita con la escussione di numerosi testimoni, veniva decisa.

In merito alla carenza di giurisdizione, il Giudice adito riteneva detta eccezione infondata e per tanto non veniva accolta, in quanto “<…> si converte del risarcimento danni per una patologia che sarebbe insorta nel dipendente comunale nel 2007 in relazione ad una attività lavorativa durata dall’anno 1983 sino all’anno 2003, ma non essendovi certezza della data di esatta insorgenza della patologia il relativo giudizio di accertamento, ai sensi dell’art. 69 comma 7 del D.lgs. n. 165 del 2001, appartiene certamente alla competenza del giudice adito in considerazione della data di cessazione del rapporto di lavoro (2003)”.

E’ stata ritenuta fondata, in diritto, l’eccezione di parte resistente in merito alla possibilità di condannare il datore di lavoro esclusivamente per il c.d. danno differenziale, quello appunto non risarcito dalla rendita INAIL riconosciuta al lavoratore ex lege n. 38/00 “che ha esteso la copertura assicurativa anche al danno biologico, sicché ora il lavoratore deve provare sia la commissione di un fatto reato (ovvero la consapevole omissione delle norme a tutela della salute dei lavoratori), sia l’esistenza, in concreto, di una parte di danno non compresa nella somma già riconosciutagli dall’INAIL”.

Il Giudice adito ha poi affermato che “ Tuttavia si tratta di determinazione che non può precedere l’accertamento della sussistenza del nesso causale fra lavoro espletato o meglio fra esposizione del lavoratore alla fonte inquinante (nella specie l’amianto) e la sua attività lavorativa presso il Comune che, certo, non può essere chiamato a rispondere di eventi connessi all’attività prestata a favore di terzi, nella specie le ditte presso cui il de cuius aveva lavorato ininterrottamente dal 1960 al 1983 come apprendista saldatore e saldatore <…>.

In Sentenza, viene evidenziato il fatto che vi sia stata una sommaria e superficiale disamina operata dal medico INAIL in relazione al datore di lavoro presso il quale sarebbe avvenuta l’esposizione a fibre di amianto, apoditticamente individuato nel Comune, sulla base di “<…> due assolutamente generiche ed inutilizzabili dichiarazioni di persone che neppure avevano lavorato a stretto contatto con il Co. <…>, senza alcuna acquisizione di elementi e dati dal datore di lavoro (o meglio da tutti anche precedenti datori di lavoro) o dalla ASL (USSL) competente per territorio (com’è d’uso in tali casi e vieppiù in relazione alla esposizione ad amianto) ed in presenza di una storia lavorativa del soggetto che, avendo svolto la mansione di saldatore ed in un settore (nelle ditte meccaniche e metalmeccaniche) in cui tale materiale era utilizzato usualmente come isolante, rientrava tra le categorie maggiormente esposte <…>”.

Orbene, veniva parimenti evidenziato come nella relazione dell’INAIL si facesse riferimento ad un brevissimo periodo di esposizione (fra il 1989 ed il 1990) avvenuta in un solo sito che non giustifica, in basa alla copiosa documentazione esistente in ordine alla insorgenza ed alla latenza di tale patologia (ipotizzata in un arco temporale tra 20 e 40 anni) ed agli studi operati anche a livello europeo, di per sé l’accoglimento della istanza del lavoratore.

Il Giudice ha evidenziato come, se da una parte non si poteva dubitare che la patologia insorta al de cuius fosse assolutamente tipica ed insorgente al seguito di esposizione ad amianto, non avendo egli svolto “attività esclusivamente alle dipendenze del Comune resistente, deve essere fornita prova rigorosa del nesso causale fra il lavoro espletato presso il Comune di – Omissis – e la patologia stessa”.

Pertanto, emergeva la necessità di una prova rigorosa del nesso causale tra l’esposizione all’amianto e l’insorgenza della malattia, che non poteva ridursi all’utilizzo dell’istruttoria svolta nei giudizi contro l’INAIL per l’ottenimento di benefici previdenziali, spesso svolta in maniera approssimativa e frettolosa. Tanto più se si considera che fino agli anni ’90 l’amianto era l’unico materiale ignifugo disponibile e largamente utilizzato.

La sentenza de qua, effettua un puntuale richiamo ai principi ormai consolidati nella giurisprudenza di legittimità in merito alla fattispecie in esame, richiamando una pronuncia della Corte di Cassazione del 14 maggio 2014, n. 10425, secondo cui “La giurisprudenza di questa Corte ha ripetutamente affermato (tra le tante, Sez. Lav., Sentenza n. 15156 del 11/07/2011) che la responsabilità dell’imprenditore ex art. 2087 cod. civ., pur non essendo di carattere oggettivo, deve ritenersi volta a sanzionare l’omessa predisposizione da parte del datore di lavoro di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto del concreto tipo di lavorazione e del connesso rischio. <…> Il principio è stato ribadito anche da Cass. Sez. L. n. 18626 del 05 agosto 2013, secondo cui la responsabilità dell’imprenditore ex art. 2087 cod. civ. non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, ma non è circoscritta alla violazione di regole di esperienza o di regole tecniche preesistenti e collaudate, essendo sanzionata dalla norma l’omessa predisposizione di tutte le misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto della concreta realtà aziendale e della maggiore o minore possibilità di indagare sull’esistenza di fattori di rischio in un determinato momento storico”.

Nella soprarichiamata pronuncia, gli Ermellini, affermano il seguente principio di diritto “in tema di sicurezza sul lavoro, che, qualora sia accertato che il danno è stato causato dalla nocività dell’attività lavorativa per esposizione all’amianto, è onere del datore di lavoro provare di avere adottato, pur in difetto di specifica disposizione preventiva, le misure generiche di prudenza necessarie alla tutela della salute dal rischio espositivo secondo le conoscenze del tempo di insorgenza della malattia, escludendo l’esposizione alla sostanza pericolosa, anche se ciò imponga la modifica dell’attività dei lavoratori, assumendo in caso contrario a proprio carico il rischio di eventuali tecnopatie” (Corte di Cassazione del 14 maggio 2014, n. 10425).

Il Tribunale di Monza, muovendo dalla motivazione e segnatamente dal principio di diritto della pronuncia degli Ermellini, ha affermato che “il lavoratore deve provare che il danno sia stato causato dall’attività lavorativa per esposizione all’amianto e il datore di lavoro deve provare di aver posto in essere tutte le necessarie cautele ed attività preventive atte a scongiurare il rischio espositivo”.

Pertanto la sentenza in esame ha affermato che alla luce del consolidato orientamento giurisprudenziale, ai familiari del de cuius spettava fornire la prova del nesso causale intercorrente fra l’attività lavorativa svolta dal defunto e la patologia contratta, incombendo, invece, sul datore di lavoro l’onere di provare di aver adottato le cautele idonee a tutelare l’integrità fisica dei lavoratori. Onere probatorio che, secondo il Giudice, nella fattispecie in esame, non era stato assolto da parte degli eredi (ricorrenti).

Sempre in merito alla esposizione ad amianto ed alla prova del nesso eziologico fra malattia ed esposizione, era condivisibile l’orientamento giurisprudenziale di merito ed ormai consolidato (vedi ex multis sentenza Tribunale di Monza n. 25/03 dott. C.), secondo il quale, sulla base della lettura del dato legislativo e del sistema assicurativo realizzato dal T.U. n. 1124/64 in merito alle malattie professionali (ed in merito alle malattie da amianto), appariva estranea la previsione di una certa concentrazione del fattore nocivo salvo che per il premio supplementare dell’asbestosi.

Pertanto, secondo la pronuncia in esame, “neppure l’esposizione da amianto considerata dall’art. 13 comporti la concentrazione di fibre richieste ad altri fini dal D.lgs. n. 277 del 1991, ma una concentrazione tale da far ritenere in specifico il rischio cui è esposto il lavoratore e quindi significativamente maggiore rispetto a quella che caratterizza il comune rischio ambientale cui è esposta la generalità dei cittadini” (in tal senso, vedi anche, ex multis Tribunale di Milano del 6 dicembre 2000 e Tribunale di Genova del 5 settembre 2000).

Ciò chiarito, in sentenza si è evidenziato che “<…> le deposizioni soprarichiamate non solo sono generiche e non offrono alcuno specifico indizio in merito alla significativa esposizione ad amianto del Co., ma sono inattendibili nel loro complesso in particolare alla luce della documentazione prodotta dal Comune resistente e dalle deposizioni, articolate e specifiche, rese dagli altri testimoni escussi che, diversamente dalla Mi. E dal Ve., avevano avuto giornaliero contatto con il lavoratore per essere stati, in alcuni casi, anche i suoi preposti e della cui imparzialità non vi è motivo di dubitare anche in considerazione del fatto che ormai sono in pensione <…>, ovvero occupati in altre amministrazioni <…>”.

Pertanto, il ricorso presentato dagli eredi veniva respinto e, stante la particolarità della vicenda e le fuorvianti indicazioni contenute nel verbale INAIL, si compensavano integralmente le spese tra le parti.

Dott.ssa Elena Mortelliti

 

 

 

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Omicidio stradale art 589 bis C P

La nuova legge inserisce nel codice penale il delitto di omicidio stradale(articolo 589-bis) attraverso il quale è punito, a titolo di colpa, con la reclusione (di diversa entità in ragione del grado della colpa stessa) il conducente di veicoli a motore la cui condotta imprudente costituisca causa dell’evento mortale.

Resta la pena già prevista oggi (da 2 a 7 anni) nell’ipotesi base, quando cioè la morte sia stata causata violando il codice della strada. La sanzione penale però sale sensibilmente negli altri casi:

· Chi uccide una persona guidando in stato di ebbrezza grave, con un tasso alcolemico oltre 1,5 grammi per litro, o sotto effetto di droghe rischia ora da 8 a 12 anni di carcere.
· Sarà punito con la reclusione da 5 a 10 anni l’omicida il cui tasso alcolemico superi 0,8 g/l oppure abbia causato l’incidente per condotte di particolare pericolosità (eccesso di velocità, guida contromano, infrazioni ai semafori, sorpassi e inversioni a rischio).
· La pena può però aumentare della metà se a morire è più di una persona: in quel caso il colpevole rischia fino a 18 anni di carcere.
· E’ stabilita, infine, una specifica circostanza aggravante nel caso in cui il conducente, responsabile di un omicidio stradale colposo, si sia dato alla fuga.
In tale ipotesi, la pena è aumentata da 1/3 a 2/3 e non può, comunque, essere inferiore a 5 anni.

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Giornata di studio sul diritto di accesso ai documenti amministrativi dei servizi sociali e sanitari

Il prossimo 22/03/2016 si svolgerà a Cremona, organizzato dall’Azienda Sociale Cremonese, una giornata di studio dedicata alla gestione del procedimento di accesso ai documenti amministrativi dei servizi sociali e sanitari.

La partecipazione è riservata agli operatori del territorio cremonese ed ha già riscosso quasi 150 adesioni.

La giornata di studi è gratuita e accreditata dall’Ordine Regionale degli Assistenti Sociali della Lombardia.

Sarà l’occasione per affrontare un tema in evoluzione, delicato, popolato da “leggende metropolitane” che albergano molto spesso, inopportunamente, nei servizi.

Massimiliano Gioncada

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“L’assicurazione non copre i danni dell’automobilista ubriaco”

Segnaliamo l’interessante pronuncia della Suprema Corte ( Cass. Civ., 11 maggio 2015, n. 9448), in quanto affronta una tematica di grande attualità: la responsabilità del sinistro stradale nel caso di conducente risultato positivo all’alcol test e le relative gravi conseguenze. La Cassazione Civile nelle proprie Ordinanze n. 9448 dell’11 maggio 2015 ha confermato quanto stabilito dalla Corte d’Appello di Milano, rigettando l’impugnativa di un conducente automobilistico risultato positivo al test alcolemico che aveva contestato l’inoperatività della polizza assicurativa eccepita dalla controparte. Le doglianze del ricorrente si svolgevano su tre punti che la Suprema Corte ha risolto così testualmente: “Relativamente al primo motivo va, innanzitutto, precisato che l’inoperatività della garanzia assicurativa è stata fatta discendere non solo dalle clausole pattizie di cui si assume la vessatorietà ( e dall’implicito richiamo in esse alle fattispecie di cui agli artt. 186 e 187 c.s.), ma anche dal principio di cui all’art. 1900 cod. civ.”, da ciò ne consegue che “alla luce del principio acquisito nella giurisprudenza di legittimità, secondo cui la clausola che esclude l’obbligo dell’indennizzo anche in sinistri agevolati da dolo o colpa grave riproduce un dettato di legge e quindi non abbisogna di alcuna forma speciale ( Cass. 31 luglio 2006 n. 17443)”.

Il principio che viene affermato dalla Suprema Corte, riposa sulla considerazione che, la persona che guida in stato di alterazione per uso da sostanze alcoliche o psicotrope, agisce con colpa grave in quanto è logico supporre che in quelle condizioni non può aver posto in essere tutte le manovre atte ad evitare il sinistro. In questo caso, a prescindere dalla specifica sottoscrizione quale clausola vessatoria, trova diretta applicazione quanto stabilito dall’art. 1900 cod. civ., secondo il quale l’assicurazione non si estende ai rischi provocati volontariamente e con colpa grave del beneficiario, principio che trova applicazione anche quando la condotta dell’assicurato, caratterizzata dal dolo o dalla colpa grave, non sia stata la causa unica del verificarsi dell’evento dannoso. Dunque, è di fondamentale importanza conoscere le gravi conseguenze anche sul piano patrimoniale che possono derivare da un sinistro stradale nel caso in cui il guidatore risulti in stato di alterazione.

Giova rammentare che il test alcolemico deve avvenire con tutti i crismi dettati dal Legislatore anche a tutela del diritto di difesa. A riguardo una recente pronuncia delle Sezioni Unite ( n. 2 del 2 gennaio 2015), collocandosi in un consolidato solco giurisprudenziale (Cass. pen., n. 23605, del 05 marzo 2009), ha ribadito il principio della nullità del predetto accertamento tecnico qualora il soggetto non venga debitamente avvertito della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia”, ai sensi dell’art. 114 disp. att. c.p.p. e 356 c.p.p.. Dunque, la nullità a regime intermedio conseguente al mancato avvertimento della persona da sottoporre al controllo alcolemico della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia (in violazione dell’art. 114 disp. att. c.p.p.) non può ritenersi sanata se non eccepita dall’interessato entro il termine di cui all’art. 182, comma 2, secondo periodo, cod. proc. pen..

Avv. Fabio Corradi

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“Vantaggio economico e maggior tutela per le imprese: il modello organizzativo 231”

In data 22 maggio 2015, ore 17,00,  presso la Sala Convegni dell’Associazione Confapindustria di Piacenza, Via del Commercio 65/A, avrà luogo il convegno avente ad oggetto il “Vantaggio economico e maggior tutela per le imprese: il modello organizzativo 231″.

Convegno organizzato dallo Studio Cella in collaborazione con Confapindustria ed Heaven.

Relatori: Staff Studio Cella ed Heven s.r.l.

Presentazione: Dott. Cristian Cella

Con l’intervento giuridico-legislativo  degli Avvocati Daniela Bonomini e Lucia Capelli.

Per maggiori informazioni si rimanda alla locandina allegata.

Convegno 22 maggio ore 17,00

 

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Gli illeciti all’interno della famiglia: il cosiddetto “danno endofamiliare”

Oggigiorno, appare quasi come un miraggio l’immagine che Arturo Carlo Jemolo dava della famiglia, ossia “un’isola che il mare del diritto può lambire, ma lambire soltanto”, la quale ha subito nel corso degli anni profondi mutamenti.

E’ sempre più consueto imbattersi, nelle aule di giustizia, in domande di risarcimento danni proposte da un familiare nei confronti di altri componenti della famiglia, per comportamenti pregiudizievoli ritenuti lesivi della propria personalità.

Da ciò deriva la configurazione di ipotesi di responsabilità civile ovverosia di “illecito endofamiliare”.

E’ possibile esperire, avverso le condotte poste in essere da un familiare nei confronti di altri componenti della famiglia, come ad esempio la violazione di obblighi genitoriali e coniugali le quali comportano lesioni che inevitabilmente si ripercuotono sui diritti fondamentali della persona, il rimedio generale previsto dal nostro codice civile, all’art. 2043, il quale prevede che “Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”.

A partire dagli anni ’90, le “mura domestiche” hanno visto un susseguirsi di decisione, sia di merito che di legittimità, le quali hanno consentito di affiancare, agli istituti preposti a difesa della famiglia (come ad esempio l’obbligo di versare l’assegno divorzile all’ex coniuge, il sequestro di beni etc), quello che è il rimedio generale del risarcimento del danno ingiusto.

Nel nostro Ordinamento, alla violazione dei doveri matrimoniali sono sempre state previste delle conseguenze precise e tipizzate, così manifestando il voler interdire l’ingresso di altre possibili forme di tutela.

L’evoluzione ed i conseguenti mutamenti che il diritto di famiglia ha subito, hanno posto fine all’idea che i familiari, solo perché tali, potessero essere totalmente immuni ad ogni responsabilità risarcitoria e che conseguentemente i familiari vittime di determinati comportamenti lesivi, proprio perché familiari, potessero godere di tutele minori.

La responsabilità civile, ha avuto il suo definitivo ingresso all’interno del diritto di famiglia, con lo sviluppo e la tutela della personalità individuale, con la migrazione del diritto costituzionale, sempre all’interno del diritto di famiglia, con nozioni quali la privacy individuale, l’autonomia ecc, insomma la c.d. privatizzazione della famiglia.

Gli illeciti “endofamiliari”, possono in sintesi riassumersi nelle violazioni dei doveri coniugali o genitoriali, qualora tali violazioni comportino la lesione di diritti costituzionalmente protetti, come l’onore, l’integrità morale, la salute fisica e psichica, la reputazione, in tal caso costituiscono un illecito civile risarcibile ex art. 2059 del codice civile, è dunque possibile richiedere un indennizzo corrispondente al disagio subito.

La pluralità di comportamenti che ledono un familiare, come in caso di  comportamenti sleali come ad es. il tenere all’oscuro l’altro coniuge della propria impotenza, oppure ancora i casi di mancata assistenza materiale come ad es. il mancato mantenimento del coniuge ecc, trovano si un sicuro rimedio nell’addebito, ma senza dubbio giustificano anche la contestuale  richiesta di risarcimento, in quanto ledono beni essenziali della vita e di conseguenza causano un danno ingiusto.

In giurisprudenza sono copiosi i casi di illeciti endofamiliari: la sentenza del Tribunale di Milano sez. IX del 05/09/2014 (Giudice relatore Dott. Buffone), ad esempio, affronta il problema relativo alla violazione dei doveri di mantenimento, istruzione ed educazione dei genitori verso la prole, a causa del disinteresse mostrato nei confronti dei figli per lunghi anni.

La sentenza, sottolinea come tale disinteresse integra gli estremi dell’illecito civile, in quanto cagiona la lesione di diritti costituzionalmente protetti, dando così luogo ad un’autonoma azione dei medesimi figli volta al risarcimento dei danni di natura non patrimoniale ex art. 2059 c.c..

Detto art. 2059 c.c. stabilisce che: “Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge [c.p.c. 89; c.p. 185, 187,189].

Ed ancora, la sopramenzionata sentenza afferma che, il minore, tramite la figura materna e paterna, sviluppa in maniera armoniosa la propria identità e “attraverso i genitori il fanciullo rinviene il grimaldello che lo traghetta dal cantuccio familiare al tessuto sociale”.

Ciò che rileva ai fini della responsabilità genitoriale è l’aver privato i figli della figura genitoriale paterna, la quale è assieme alla madre, un fondamentale punto di riferimento, soprattutto nella fase della crescita, ed è pertanto idoneo ad integrare un fatto generatore di responsabilità aquiliana.

Il pregiudizio che viene arrecato al minore, non trova una precisa e puntuale quantificazione monetaria, e pertanto viene imposta la liquidazione in via equitativa ex art. 1226 c.c. a mente del quale “Se il danno non può essere provato nel suo preciso ammontare, è liquidato dal giudice con valutazione equitativa”.

Per ciò che concerne la quantificazione in concreto, nel caso di danni endofamiliari da privazione del rapporto genitoriale, può essere presa come punto di riferimento liquidatorio, la voce appositamente prevista (“perdita del genitore”) dalle tabelle giurisprudenziali adottate dall’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano.

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