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Responsabilità civile della Pubblica Amministrazione per l’esposizione ad amianto dei dipendenti, Sentenza Tribunale di Monza del 17.07.2014 (rapporto di lavoro subordinato in genere)

Lo Studio Legale si occupa anche della responsabilità civile, penale, amministrativa anche innanzi alla Corte dei Conti, dei datori di lavoro (amministratori pubblici e privati) in caso di esposizione ad amianto dei dipendenti.

Prendendo spunto da una interessante pronuncia del Tribunale di Monza analizziamo una tematica di grande attualità  ed oggetto di moltissime pronunce sia in sede penale sia davanti al Giudice del Lavoro.

Ciò detto, occorre una doverosa premessa prima di analizzare la pronuncia del Tribunale di Monza del 17.07.2014.

Con il termine amianto (dal greco “incorruttibile”) vengono definiti diversi minerali di natura fibrosa, particolarmente resistenti alle fonti di calore e con proprietà isolanti, di cui l’industria siderurgica ha fatto largo uso (sotto forma di coibente termico, come materiale edilizio e come mezzo di protezione personale), fino all’introduzione degli attuali divieti legislativi (Legge n. 257/1992).

I manufatti in amianto venivano impiegati in tutte le fasi del ciclo produttivo.

In ambito scientifico, la pericolosità per la salute delle polveri d’amianto che si disperdevano nell’ambiente di lavoro, a causa dell’usura dei materiali e delle elevate temperature, è conosciuta da tempo.

L’inalazione di fibre d’amianto sui luoghi di lavoro, durante lo svolgimento di mansioni che comportavano la manipolazione diretta di prodotti in amianto, era ed è tuttora causa di malattie professionali come asbestosi, tumori e mesoteliomi.

Per sgombrare il campo da equivoci, si deve precisare che il rischio morbigeno è altresì riconducibile alla contaminazione ambientale degli stabilimenti, riguardando tutti i lavoratori, a prescindere dal tipo di lavorazione effettuata, vista la contemporanea presenza, nello stesso ambiente, di operatori adibiti a postazioni contigue.

La situazione sopra descritta ha suggerito l’adozione di provvedimenti legislativi che hanno imposto, a partire dal 1992, la dismissione dalla produzione e dal commercio dell’amianto e dei prodotti che lo contengono.

Il D.Lgs. n. 277/1991 ha dapprima introdotto una serie di misure volte all’adozione di provvedimenti per la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori (individuando valori soglia di amianto ai fini di prevenzione, ovvero valori a partire dai quali si devono attivare adeguate misure di informazione e controllo), mentre la Legge n. 257/1992 ha disposto la decontaminazione e bonifica dei luoghi di lavoro caratterizzati dalla presenza di amianto, nonché la previsione di benefici previdenziali a favore dei lavoratori che, pur non avendo contratto malattie professionali, fossero in grado di dimostrare l’avvenuta esposizione al rischio di inalazione di polveri e fibre d’amianto.

La pericolosità dell’amianto ha portato a riconoscere la responsabilità dell’Ente nei confronti dei suoi dipendenti (in tal senso vedi Cass. Civ. Sez. lavoro, sent. del 01.01.2009, n. 45 e, ex plurimis, Cass. Civ., sez. lavoro,  sentenza 04 marzo 2005, n. 4723; Cass. Civile, sez. lavoro, sent. 8 febbraio 2005, n. 2444; Cass. Civ., sez. lavoro,  sentenza 22 marzo 2002, n. 4129; Cass. Civ., sez. lavoro,  sentenza 20 aprile 1998, n. 4012; Cass. Civ., sez. lavoro, sentenza 23 maggio 2003, n. 4078).

Orbene, premesso quanto innanzi esposto, la sentenza in commento ha ribadito il principio secondo cui,

la responsabilità dell’imprenditore ex art. 2087 c.c., pur non essendo di carattere oggettivo, deve ritenersi volta a sanzionare l’omessa predisposizione da parte del datore di lavoro di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto del concreto tipo di lavorazione e del connesso rischio”.

Nodo cruciale della tematica in esame, è la prova dell’esistenza o meno del nesso causale fra la patologia contratta e l’esposizione ad amianto nell’ambito della attività svolta anche presso un Comune.

La sentenza qui in commento origina da un ricorso depositato in data 30 dicembre 2010 dagli eredi di persona deceduta in data 30 gennaio 2009 per mesotelioma pleurico da esposizione ad amianto, i quali convenivano un’amministrazione comunale allo scopo di  ottenere (in qualità di eredi) il risarcimento del danno non patrimoniale subito dal congiunto che quantificavano nella somma omnicomprensiva di euro 1.004.853,75.

I ricorrenti esponevano che il de cuius aveva lavorato dal 1983 al 2003 presso il Comune convenuto in qualità di operaio esercitando diversi tipi di mansioni, e precisamente fabbro, falegname, custode, autista e addetto alle pulizie, divenendo il factotum del Comune stesso e venendo impiegato, all’occorrenza, per la manutenzione, le riparazioni e le pulizie degli immobili di proprietà comunale.

Ancora, esponevano i ricorrenti che il de cuius era venuto a contatto con l’amianto fra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, quando il Comune convenuto aveva effettuato consistenti interventi di ristrutturazione di edifici di proprietà e lo aveva destinato a svolgere, in molteplici occasioni, l’attività di pulizia dei cantieri aperti in seguito alla stipula di contratti di appalto, ivi compresi quelli aventi ad oggetto la bonifica dell’amianto, a far tempo, in particolare, dal 1990.

Il de cuius aveva svolto la propria attività anche in altri siti fra cui un edificio scolastico in cui la copertura del tetto e della palestra era presente amianto.

Il Comune, costituitosi in giudizio, evidenziava il fatto che il de cuius, prima di essere assunto dal medesimo, aveva lavorato anche presso un’Officina Meccanica e, dal 1969 al 1982, alle dipendenze di altro soggetto, ove si producevano componenti per autoveicoli. Emergeva, quindi, che il de cuius aveva prestato la sua attività in un ambito industriale in cui è noto che, all’epoca, vi fosse un massiccio utilizzo di materiali inquinanti, fra cui l’amianto.

Ancora, il Comune evidenziava che l’attività di smaltimento riferita in ricorso per i cantieri indicati, era stata appaltata, seppur in date diverse da quelle indicate dai ricorrenti, a ditte specializzate che avevano anche provveduto alla eliminazione materiale di risulta ed alla smaltimento di manufatti contenenti amianto in discariche autorizzate, sempre e solo a mezzo dei loro dipendenti.

Dall’esame della relazione presentata all’ASL territorialmente competente dalla società che aveva provveduto allo smaltimento dell’eternit, si faceva presente che le lastre di copertura dei tetti contenevano fibre di amianto inglobate nel cemento e non erano usurate al punto da far fuoriuscire le fibre di amianto.

Il Comune evidenziava quindi che nel suindicato edificio scolastico, in funzione sino al 31 agosto 1994, la rimozione della copertura di lastre di amianto era avvenuta nel 2008. Non esisteva presso il predetto plesso scolastico alcun magazzino/garage e risultava vero che de cuius avesse svolto attività di rimozione di rifiuti invece affidata a ditte specializzate in appalto e che al medesimo erano sempre stati forniti, come a tutti gli altri dipendenti comunali, i dispositivi antinfortunistici di protezione individuale.

Il Comune eccepiva la carenza di giurisdizione del giudice adito, per essere i fatti risalenti ad epoca anteriore al giugno 1998, e sottolineava la irrilevanza del, seppur errato, giudizio dell’INAIL nei suoi confronti, trattandosi di atto amministrativo e, per di più, emesso all’esito di un procedimento a cui era rimasto estraneo.

Inoltre, il Comune, rilevava che i ricorrenti, pur dando atto che il de cuius aveva percepito la rendita INAIL, non avevano limitato la domanda al danno c.d. differenziale, trascurando il fatto che il d.lgs. n. 38/00 (entrato in vigore prima della denuncia di malattia professionale) avesse previsto la liquidazione del danno biologico a carico dell’ente assicurativo.

In sintesi, il Comune, replicando a tutti gli assunti dei ricorrenti, negava la sussistenza del nesso causale fra patologia ed attività lavorativa prestata presso lo stesso e, parimenti, contestava la quantificazione dei danni operata.

Il Giudice adito, alla luce delle prove documentali e delle prove orali, prodotte da entrambe le parti,  visto il libretto di lavoro del de cuius prodotto in copia dal Comune resistente ed in considerazione del lungo periodo di latenza della patologia contratta dal de cuius (in media oltre 20 anni), disponeva la chiamata in giudizio della GI. Spa a carico dei ricorrenti i quali, invece, avevano citato altra società che, nel costituirsi in giudizio, aveva chiesto di essere estromessa evidenziando di non aver avuto alcun rapporto di lavoro con la GI. Spa e di non aver mai avuto alle sue dipendenze il de cuius.

Una volta estromessa la terza chiamata ed espletato inutilmente il tentativo di conciliazione, la causa, istruita con la escussione di numerosi testimoni, veniva decisa.

In merito alla carenza di giurisdizione, il Giudice adito riteneva detta eccezione infondata e per tanto non veniva accolta, in quanto “<…> si converte del risarcimento danni per una patologia che sarebbe insorta nel dipendente comunale nel 2007 in relazione ad una attività lavorativa durata dall’anno 1983 sino all’anno 2003, ma non essendovi certezza della data di esatta insorgenza della patologia il relativo giudizio di accertamento, ai sensi dell’art. 69 comma 7 del D.lgs. n. 165 del 2001, appartiene certamente alla competenza del giudice adito in considerazione della data di cessazione del rapporto di lavoro (2003)”.

E’ stata ritenuta fondata, in diritto, l’eccezione di parte resistente in merito alla possibilità di condannare il datore di lavoro esclusivamente per il c.d. danno differenziale, quello appunto non risarcito dalla rendita INAIL riconosciuta al lavoratore ex lege n. 38/00 “che ha esteso la copertura assicurativa anche al danno biologico, sicché ora il lavoratore deve provare sia la commissione di un fatto reato (ovvero la consapevole omissione delle norme a tutela della salute dei lavoratori), sia l’esistenza, in concreto, di una parte di danno non compresa nella somma già riconosciutagli dall’INAIL”.

Il Giudice adito ha poi affermato che “ Tuttavia si tratta di determinazione che non può precedere l’accertamento della sussistenza del nesso causale fra lavoro espletato o meglio fra esposizione del lavoratore alla fonte inquinante (nella specie l’amianto) e la sua attività lavorativa presso il Comune che, certo, non può essere chiamato a rispondere di eventi connessi all’attività prestata a favore di terzi, nella specie le ditte presso cui il de cuius aveva lavorato ininterrottamente dal 1960 al 1983 come apprendista saldatore e saldatore <…>.

In Sentenza, viene evidenziato il fatto che vi sia stata una sommaria e superficiale disamina operata dal medico INAIL in relazione al datore di lavoro presso il quale sarebbe avvenuta l’esposizione a fibre di amianto, apoditticamente individuato nel Comune, sulla base di “<…> due assolutamente generiche ed inutilizzabili dichiarazioni di persone che neppure avevano lavorato a stretto contatto con il Co. <…>, senza alcuna acquisizione di elementi e dati dal datore di lavoro (o meglio da tutti anche precedenti datori di lavoro) o dalla ASL (USSL) competente per territorio (com’è d’uso in tali casi e vieppiù in relazione alla esposizione ad amianto) ed in presenza di una storia lavorativa del soggetto che, avendo svolto la mansione di saldatore ed in un settore (nelle ditte meccaniche e metalmeccaniche) in cui tale materiale era utilizzato usualmente come isolante, rientrava tra le categorie maggiormente esposte <…>”.

Orbene, veniva parimenti evidenziato come nella relazione dell’INAIL si facesse riferimento ad un brevissimo periodo di esposizione (fra il 1989 ed il 1990) avvenuta in un solo sito che non giustifica, in basa alla copiosa documentazione esistente in ordine alla insorgenza ed alla latenza di tale patologia (ipotizzata in un arco temporale tra 20 e 40 anni) ed agli studi operati anche a livello europeo, di per sé l’accoglimento della istanza del lavoratore.

Il Giudice ha evidenziato come, se da una parte non si poteva dubitare che la patologia insorta al de cuius fosse assolutamente tipica ed insorgente al seguito di esposizione ad amianto, non avendo egli svolto “attività esclusivamente alle dipendenze del Comune resistente, deve essere fornita prova rigorosa del nesso causale fra il lavoro espletato presso il Comune di – Omissis – e la patologia stessa”.

Pertanto, emergeva la necessità di una prova rigorosa del nesso causale tra l’esposizione all’amianto e l’insorgenza della malattia, che non poteva ridursi all’utilizzo dell’istruttoria svolta nei giudizi contro l’INAIL per l’ottenimento di benefici previdenziali, spesso svolta in maniera approssimativa e frettolosa. Tanto più se si considera che fino agli anni ’90 l’amianto era l’unico materiale ignifugo disponibile e largamente utilizzato.

La sentenza de qua, effettua un puntuale richiamo ai principi ormai consolidati nella giurisprudenza di legittimità in merito alla fattispecie in esame, richiamando una pronuncia della Corte di Cassazione del 14 maggio 2014, n. 10425, secondo cui “La giurisprudenza di questa Corte ha ripetutamente affermato (tra le tante, Sez. Lav., Sentenza n. 15156 del 11/07/2011) che la responsabilità dell’imprenditore ex art. 2087 cod. civ., pur non essendo di carattere oggettivo, deve ritenersi volta a sanzionare l’omessa predisposizione da parte del datore di lavoro di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto del concreto tipo di lavorazione e del connesso rischio. <…> Il principio è stato ribadito anche da Cass. Sez. L. n. 18626 del 05 agosto 2013, secondo cui la responsabilità dell’imprenditore ex art. 2087 cod. civ. non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, ma non è circoscritta alla violazione di regole di esperienza o di regole tecniche preesistenti e collaudate, essendo sanzionata dalla norma l’omessa predisposizione di tutte le misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto della concreta realtà aziendale e della maggiore o minore possibilità di indagare sull’esistenza di fattori di rischio in un determinato momento storico”.

Nella soprarichiamata pronuncia, gli Ermellini, affermano il seguente principio di diritto “in tema di sicurezza sul lavoro, che, qualora sia accertato che il danno è stato causato dalla nocività dell’attività lavorativa per esposizione all’amianto, è onere del datore di lavoro provare di avere adottato, pur in difetto di specifica disposizione preventiva, le misure generiche di prudenza necessarie alla tutela della salute dal rischio espositivo secondo le conoscenze del tempo di insorgenza della malattia, escludendo l’esposizione alla sostanza pericolosa, anche se ciò imponga la modifica dell’attività dei lavoratori, assumendo in caso contrario a proprio carico il rischio di eventuali tecnopatie” (Corte di Cassazione del 14 maggio 2014, n. 10425).

Il Tribunale di Monza, muovendo dalla motivazione e segnatamente dal principio di diritto della pronuncia degli Ermellini, ha affermato che “il lavoratore deve provare che il danno sia stato causato dall’attività lavorativa per esposizione all’amianto e il datore di lavoro deve provare di aver posto in essere tutte le necessarie cautele ed attività preventive atte a scongiurare il rischio espositivo”.

Pertanto la sentenza in esame ha affermato che alla luce del consolidato orientamento giurisprudenziale, ai familiari del de cuius spettava fornire la prova del nesso causale intercorrente fra l’attività lavorativa svolta dal defunto e la patologia contratta, incombendo, invece, sul datore di lavoro l’onere di provare di aver adottato le cautele idonee a tutelare l’integrità fisica dei lavoratori. Onere probatorio che, secondo il Giudice, nella fattispecie in esame, non era stato assolto da parte degli eredi (ricorrenti).

Sempre in merito alla esposizione ad amianto ed alla prova del nesso eziologico fra malattia ed esposizione, era condivisibile l’orientamento giurisprudenziale di merito ed ormai consolidato (vedi ex multis sentenza Tribunale di Monza n. 25/03 dott. C.), secondo il quale, sulla base della lettura del dato legislativo e del sistema assicurativo realizzato dal T.U. n. 1124/64 in merito alle malattie professionali (ed in merito alle malattie da amianto), appariva estranea la previsione di una certa concentrazione del fattore nocivo salvo che per il premio supplementare dell’asbestosi.

Pertanto, secondo la pronuncia in esame, “neppure l’esposizione da amianto considerata dall’art. 13 comporti la concentrazione di fibre richieste ad altri fini dal D.lgs. n. 277 del 1991, ma una concentrazione tale da far ritenere in specifico il rischio cui è esposto il lavoratore e quindi significativamente maggiore rispetto a quella che caratterizza il comune rischio ambientale cui è esposta la generalità dei cittadini” (in tal senso, vedi anche, ex multis Tribunale di Milano del 6 dicembre 2000 e Tribunale di Genova del 5 settembre 2000).

Ciò chiarito, in sentenza si è evidenziato che “<…> le deposizioni soprarichiamate non solo sono generiche e non offrono alcuno specifico indizio in merito alla significativa esposizione ad amianto del Co., ma sono inattendibili nel loro complesso in particolare alla luce della documentazione prodotta dal Comune resistente e dalle deposizioni, articolate e specifiche, rese dagli altri testimoni escussi che, diversamente dalla Mi. E dal Ve., avevano avuto giornaliero contatto con il lavoratore per essere stati, in alcuni casi, anche i suoi preposti e della cui imparzialità non vi è motivo di dubitare anche in considerazione del fatto che ormai sono in pensione <…>, ovvero occupati in altre amministrazioni <…>”.

Pertanto, il ricorso presentato dagli eredi veniva respinto e, stante la particolarità della vicenda e le fuorvianti indicazioni contenute nel verbale INAIL, si compensavano integralmente le spese tra le parti.

Dott.ssa Elena Mortelliti

 

 

 

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