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Gli illeciti all’interno della famiglia: il cosiddetto “danno endofamiliare”

Oggigiorno, appare quasi come un miraggio l’immagine che Arturo Carlo Jemolo dava della famiglia, ossia “un’isola che il mare del diritto può lambire, ma lambire soltanto”, la quale ha subito nel corso degli anni profondi mutamenti.

E’ sempre più consueto imbattersi, nelle aule di giustizia, in domande di risarcimento danni proposte da un familiare nei confronti di altri componenti della famiglia, per comportamenti pregiudizievoli ritenuti lesivi della propria personalità.

Da ciò deriva la configurazione di ipotesi di responsabilità civile ovverosia di “illecito endofamiliare”.

E’ possibile esperire, avverso le condotte poste in essere da un familiare nei confronti di altri componenti della famiglia, come ad esempio la violazione di obblighi genitoriali e coniugali le quali comportano lesioni che inevitabilmente si ripercuotono sui diritti fondamentali della persona, il rimedio generale previsto dal nostro codice civile, all’art. 2043, il quale prevede che “Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”.

A partire dagli anni ’90, le “mura domestiche” hanno visto un susseguirsi di decisione, sia di merito che di legittimità, le quali hanno consentito di affiancare, agli istituti preposti a difesa della famiglia (come ad esempio l’obbligo di versare l’assegno divorzile all’ex coniuge, il sequestro di beni etc), quello che è il rimedio generale del risarcimento del danno ingiusto.

Nel nostro Ordinamento, alla violazione dei doveri matrimoniali sono sempre state previste delle conseguenze precise e tipizzate, così manifestando il voler interdire l’ingresso di altre possibili forme di tutela.

L’evoluzione ed i conseguenti mutamenti che il diritto di famiglia ha subito, hanno posto fine all’idea che i familiari, solo perché tali, potessero essere totalmente immuni ad ogni responsabilità risarcitoria e che conseguentemente i familiari vittime di determinati comportamenti lesivi, proprio perché familiari, potessero godere di tutele minori.

La responsabilità civile, ha avuto il suo definitivo ingresso all’interno del diritto di famiglia, con lo sviluppo e la tutela della personalità individuale, con la migrazione del diritto costituzionale, sempre all’interno del diritto di famiglia, con nozioni quali la privacy individuale, l’autonomia ecc, insomma la c.d. privatizzazione della famiglia.

Gli illeciti “endofamiliari”, possono in sintesi riassumersi nelle violazioni dei doveri coniugali o genitoriali, qualora tali violazioni comportino la lesione di diritti costituzionalmente protetti, come l’onore, l’integrità morale, la salute fisica e psichica, la reputazione, in tal caso costituiscono un illecito civile risarcibile ex art. 2059 del codice civile, è dunque possibile richiedere un indennizzo corrispondente al disagio subito.

La pluralità di comportamenti che ledono un familiare, come in caso di  comportamenti sleali come ad es. il tenere all’oscuro l’altro coniuge della propria impotenza, oppure ancora i casi di mancata assistenza materiale come ad es. il mancato mantenimento del coniuge ecc, trovano si un sicuro rimedio nell’addebito, ma senza dubbio giustificano anche la contestuale  richiesta di risarcimento, in quanto ledono beni essenziali della vita e di conseguenza causano un danno ingiusto.

In giurisprudenza sono copiosi i casi di illeciti endofamiliari: la sentenza del Tribunale di Milano sez. IX del 05/09/2014 (Giudice relatore Dott. Buffone), ad esempio, affronta il problema relativo alla violazione dei doveri di mantenimento, istruzione ed educazione dei genitori verso la prole, a causa del disinteresse mostrato nei confronti dei figli per lunghi anni.

La sentenza, sottolinea come tale disinteresse integra gli estremi dell’illecito civile, in quanto cagiona la lesione di diritti costituzionalmente protetti, dando così luogo ad un’autonoma azione dei medesimi figli volta al risarcimento dei danni di natura non patrimoniale ex art. 2059 c.c..

Detto art. 2059 c.c. stabilisce che: “Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge [c.p.c. 89; c.p. 185, 187,189].

Ed ancora, la sopramenzionata sentenza afferma che, il minore, tramite la figura materna e paterna, sviluppa in maniera armoniosa la propria identità e “attraverso i genitori il fanciullo rinviene il grimaldello che lo traghetta dal cantuccio familiare al tessuto sociale”.

Ciò che rileva ai fini della responsabilità genitoriale è l’aver privato i figli della figura genitoriale paterna, la quale è assieme alla madre, un fondamentale punto di riferimento, soprattutto nella fase della crescita, ed è pertanto idoneo ad integrare un fatto generatore di responsabilità aquiliana.

Il pregiudizio che viene arrecato al minore, non trova una precisa e puntuale quantificazione monetaria, e pertanto viene imposta la liquidazione in via equitativa ex art. 1226 c.c. a mente del quale “Se il danno non può essere provato nel suo preciso ammontare, è liquidato dal giudice con valutazione equitativa”.

Per ciò che concerne la quantificazione in concreto, nel caso di danni endofamiliari da privazione del rapporto genitoriale, può essere presa come punto di riferimento liquidatorio, la voce appositamente prevista (“perdita del genitore”) dalle tabelle giurisprudenziali adottate dall’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano.

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